08
GIU
2024

L’anima dei Calanchi di Piergiorgio Iannaccaro

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Sono nato in Calabria per caso, ci vivo per scelta. Più volte messa in discussione, più volte confermata. Per motivi di ordine pratico, per influenze sentimentali. E tra queste gli infiniti orizzonti di una terra altrimenti finita. La somma di ambienti disparati, apparentemente incongrui. La collezione paradossale di paesaggi contraddittori, eppure reali. Il fascino dell’inatteso. E’ la vigilia dell’estate, l’ultimo giorno di un maggio anonimo e appiccicoso. La calura è mitigata dal vento di sud est, che corre sotto nubi alte e stirate. Mi attendono tre ore di cammino nell’ennesima forma della Calabria, defilata rispetto alla costa poco distante, celata in una successione di basse colline. Avendo a ponente l’altipiano della Sila, che corre da Sud verso Nord, con le sue foreste boreali e i laghi che paiono fiordi. Sono nel regno delle marne argillose di Cutro, rocce di argilla e calcare, vecchie di millenni, ma in perenne trasformazione, e perciò sempre giovani. Un altro paradosso, un’altra incongruità. Hanno l’aspetto di piramidi, di creste ripide dai fianchi scoscesi e incisi, di piani sui quali si allungano solchi profondi. Costruzioni in divenire, sotto l’azione incessante del vento e dell’acqua, quella poca che cade in una delle lande più siccitose della mia terra. Domenico, che conosce questi luoghi come le sue tasche e li guarda con occhi carichi di amore, le paragona alle Badlands. A pochi chilometri il grande Nord della Sila, sotto i miei piedi il South Dakota. Tutto tra il trentottesimo e il quarantesimo parallelo, insieme a cattedrali montuose, alberi che sono autentici relitti di altre epoche, sistemi dunali, spiagge caraibiche, valli alpine. A pochi chilometri svettano pini larici e abeti bianchi, sembra di vederli, qui terra di aspetto lunare, biancastra con venatura giallognole. Terra che si spacca, a formare un mosaico di tessere irregolari, a mimare l’aspetto del tronco di un pino. Ma sotto quel reticolo non scorre clorofilla, non si addensa resina. C’è l’anima dei Calanchi di Cutro. Che mi rapiscono minuto dopo minuto, sono ancora lì passo dopo passo e già penso a quando vi farò ritorno. Il percorso, una decina di chilometri, è un continuo salire e scendere di quota, tra ciuffi di erba, rade fioriture, i sottili steli delle ferule, pochi alberi laddove i fenomeni di erosione non sono ancora avanzati. Perché in quell’ambiente secco, che evoca inevitabilmente il paragone con la superficie di un pianeta remoto, non manca la vita. E scopro che in autunno nascono funghi, commestibili e particolarmente gustosi. Forme di vita selezionate da un ambiente ostile, e pertanto di grande valore. Dopo avere costeggiato uno specchio d’acqua circondato da una folta vegetazione riparia, una cerniera tra le marne e i terreni agricoli, arriviamo su un ripiano. Mi abbasso sino a pochi centimetri da terra, il punto di osservazione migliore per un lembo di deserto interrotto qua e là da cuscini di erba e dalle ferule. Un’isola geologica, un capriccio dell’architetto dei luoghi. Una delle tante vedute di una terra che nella sua estensione orizzontale, qualche centinaio di chilometri da nord a sud, qualche decina di chilometri da ovest a est, e nella sua estensione verticale, oltre duemila metri, consente di percorrere l’equivalente di migliaia di chilometri lungo l’emisfero boreale. Potrebbe essere una buona idea per attrarre viaggiatori curiosi, il giro di una buona parte di mondo e di ambienti in appena quindicimila chilometri quadrati.

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